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  • Chiara Alberini

Gli Stati Uniti, le feste di Natale e un gennaio depurativo

Cari dieci lettori, è un po' che non ci si sente ma onestamente non mi andava molto di scrivere. Non che sia stata impegnata molto più del solito ma mi sono presa un po' di tempo per curare il mio giardino interiore, ossia avevo bisogno di fare qualche weekend di Netflix e divano. Ho un sacco di aggiornamenti da darvi. A novembre sono andata negli Stati Uniti con Attilio. Lui doveva parlare ad una conferenza e io ovviamente non potevo farmi sfuggire quest'occasione. La visita a New York è stata un'esperienza dolceamara: da una parte l'entusiasmo di visitare una città vista e rivista solo sullo schermo, con le sue architetture incredibili, la popolazione che è un riassunto dell'umanità, i venditori di hot dog e i tombini che fumano proprio come nei film; dall'altro l'incredulità di vedere un sacco di gente che non sorride mai, il prezzo elevato dei servizi e dei beni più basilari, l'evidente disparità tra i bianchi caucasici e tutti gli altri. Salta all'occhio come tutti i lavori manuali, dal servizio nei fast food alla manutenzione delle strade, siano svolti da una maggioranza di afroamericani o ispanici. Conoscendo la lingua spagnola, infatti, si accede ad un altro livello in cui si può comunicare in modo più diretto con donne delle pulizie, tassisti, camerieri, dispensatori di caffè da Starbucks. Una situazione che mi è apparsa fuori dal tempo. Ho sempre pensato a New York come a una città in cui l'integrazione non fosse più un problema ma percorrendo le strade di Manhattan per una settimana, ho avuto l'impressione opposta. Tutto ad un tratto la frase di Sinatra nella canzone New York, New York "if you make it here, you can make it everywhere" (se ce la fai qui, puoi farcela ovunque), ha un retrogusto di lotta per la sopravvivenza. New York è di certo una città incredibile ma la vita quotidiana mi è apparsa più dura e difficile di quello che immaginavo. Non è scattato quel colpo di fulmine che mi aspettavo. Dopo New York, sono stata qualche giorno a Boston, dove si respirava un clima più disteso, con un'architettura non troppo diversa da alcune città nordeuropee e alcuni benefit che mi hanno colpito al cuore: i deliziosi lobster rolls (panini all'aragosta) e i curatissimi parchi cittadini, popolati di scoiattoli ed educati cani a passeggio con i padroni. Sono tornata in Scozia con uno dei famosi red-eye flights, ossia quei voli che partono alla sera e atterrano al mattino presto, dai quali per l'appunto si scende con gli occhi arrossati. Pochi giorni dopo siamo rientrati in Italia per le vacanze di Natale, che come da copione, sono state una centrifuga di eventi sociali, cibarie e quelle visite mediche necessarie che per noi espatriati si accumulano nei rientri. Io soffro un po' di "ansia sociale" e dopo il terzo evento serale consecutivo, comincio a non dormire più di notte per sfogare l'adrenalina di aver parlato con troppe persone ed essere stata troppo a lungo al centro dell'attenzione. Alla fine di ogni cena, tornando a casa con la pancia un po' troppo piena, mentre mi struccavo allo specchio, mi risuonava nella testa la canzone dei Queen "The Show Must Go On" e pensavo tra me e me "dai, un'altra è fatta". Uno dei problemi di vivere all'estero è la forzatura a concentrare in pochi giorni la socialità che una persona normalmente distribuirebbe nell'arco dell'anno: incontri con persone care, conversazioni significative, strati su strati di emozioni di ogni genere e quella sensazione di sottofondo di esserti perso qualcosa, nonostante tutto sembri sempre uguale. Tutto questo, ogni volta, mi crea una piccola frattura nell'anima e alla partenza mi sento un po' più svuotata di energie e piena di nostalgia. Di solito mi occorrono giorni per riprendermi emotivamente, passando in rassegna ciò che la tal persona mi ha detto, cos'avrei potuto dire io, sbobinando ore e ore di dialoghi, neanche fossi un'agente della Stasi. Io sono un caso clinico ma so che molti expat possono condividere queste riflessioni, almeno in parte. Il primo di gennaio per depurare l'anima e il corpo ho deciso di eliminare gli alcolici dalla mia dieta. Non perché fossi un'alcolista anonima, ma concorderete con me che soprattutto durante le feste si tende ad indulgere un po' troppo tra aperitivi e brindisi. Ho cominciato l'anno con la pratica del Dry January, molto popolare nel mondo anglosassone, e ad oggi sto ancora continuando. Devo dire che non sento la mancanza di vinelli e birrette e nelle serate al pub mi butto sulla ginger beer, una bevanda analcolica a base di zenzero, l'avete mai provata? Il mio portafogli, la qualità del sonno e, in generale, la mia forma fisica ne hanno giovato. Vi terrò aggiornati su questo esperimento fisiologico e sociale. Come vi dicevo, ho avuto bisogno di una pausa dalla scrittura, ma ora sono tornata! Domenica scorsa ho pubblicato un'intervista della serie Humans in Motion e ne sto preparando un'altra da una località esotica che non indovinereste mai. Intanto io ed Attilio ci stiamo preparando per tornare in Italia tra qualche settimana e rientrare in Scozia con la nostra Fiestina rossa. Ma questa è un'avventura per un altro post!


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