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  • Chiara Alberini

Fare la cosa giusta

I mesi di gennaio e febbraio sono stati lunghissimi, qui, oltre la barriera. Prima la tempesta Ciara, poi la tempesta Dennis hanno battuto St Andrews con venti fortissimi, piogge interminabili e freddo. Ci sentivamo imprigionati in casa a causa del clima.

Siamo usciti solo per le necessità inderogabili e abbiamo esplorato in lungo e in largo il catalogo di Netflix. Guardavamo con fiducia a marzo, quando saremmo dovuti rientrare in Italia per un mesetto, in un clima più mite, approfittando di tutte le comodità che solo casa tua ti può offrire.

E poi è arrivato il coronavirus.

Per un paio di settimane l’unico pensiero è stato: “andiamo o non andiamo?”. I casi a Verona non erano molti, la situazione sembrava di certo seria ma, con un po’ di precauzioni, il rientro sembrava fattibile. Ogni sera ci addormentavamo dicendoci che, sì, saremo rientrati, e la mattina dopo, leggendo le news a colazione, rimettevamo in discussione tutto. Nel frattempo in Scozia la situazione era tranquilla. Qualche caso di coronavirus nel Regno Unito ma lontano, in Inghilterra.

Avevamo un piano per il rientro dall’Italia, ovvero portare la nostra macchina fin qui, per essere liberi di esplorare tutti quei posti remoti dove non siamo ancora stati: le isole Ebridi, il parco dei Cairngorms, l’abbazia di Melrose… L’elenco è lungo. Avremmo dovuto attraversare la Francia, prendere il traghetto a Calais, vedere finalmente le bianche scogliere di Dover, poi tappa a Canterbury e su fino a York. Ma più passavano i giorni e più appariva chiaro che un viaggio attraverso l’Europa e l’Inghilterra in auto, venendo dall’Italia appestata dal virus, non era proprio l’idea più responsabile.

Raramente le decisioni si prendono di punto in bianco, prima si sta in equilibrio tra il sì e il no, fino a che non arriva il giorno in cui diventa inevitabile intraprendere l’una o l’altra strada. Così, dopo una miriade di conversazioni tra me ed Attilio che iniziavano al mattino davanti al caffè, continuavano su Whatsapp e proseguivano sul cuscino, prima di dormire, abbiamo deciso che no, in Italia non ci saremmo andati.

Saremmo dovuti arrivare ieri sera e stamattina leggo l’agghiacciante notizia della chiusura della regione Lombardia, dove si trova tutta la mia famiglia.

È veramente un momento difficile, che sembra uscito dalla trama di un libro di Philip K. Dick: dove andremo a finire con questa storia? E quello che sta succedendo oggi in Lombardia succederà presto anche in altri posti?

In Scozia intanto sono stati accertati i primi casi e il gel disinfettante già comincia a sparire dagli scaffali dei supermercati. Per fortuna qui è assente tutta la componente di socialità tipica dei paesi del sud Europa: si esce di meno, non ci si bacia o abbraccia per salutarsi e soprattutto c’è molta meno gente e molto più spazio vitale. Tutte queste piccole cose contribuiscono a farmi sentire un po’ più tranquilla, anche se è difficile non andare con il pensiero a casa, dove famigliari e amici stanno vivendo una situazione pesantissima che non accenna a concludersi tanto presto.

Un giorno le possibilità sembrano infinite, solo tre ore di aereo ti separano dai tuoi affetti e da casa tua e il giorno dopo scopri che no, non puoi tornare e chissà per quanto.

La mia padrona di casa a St Andrews mi è venuta a bussare alla porta venerdì chiedendomi se avevamo deciso se tornare in Italia o meno. Quando le ho risposto di no, ho visto il suo viso distendersi.

No, non saremo di certo noi a portare il virus nel paese che ci ha gentilmente ospitato in questi mesi.

Ogni decisione individuale ha delle conseguenze. I governi possono certamente applicare misure per interrompere il contagio ma il paese non è il governo, il paese siamo noi. Mi piacerebbe che questa fosse un’occasione per riflettere sulle nostre responsabilità come cittadini italiani, un’occasione per alzare gli occhi dalle piccole cose che compongono la nostra vita quotidiana, guardarsi intorno e rendersi conto che facciamo parte di una comunità. Il nostro contributo può sembrare di poco conto ma stare a casa ed essere responsabili in questa situazione può salvare delle risorse e soprattutto delle vite: dai nostri preziosissimi nonni, al ragazzino con l’asma. A volte bisogna prendersi un attimo per riflettere e, anche se è difficile, scomodo o addirittura spaventoso, fare la cosa giusta.


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